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Cara Ferragni, altro che fascismo: i killer di Willy sono figli del vuoto culturale di tronisti e influencer

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I garruli peana che hanno travolto Chiara Ferragni dopo la netta presa di posizione social sulla drammatica vicenda dell’omicidio di Willy Monteiro (“Italiano di 21 anni dalla pelle nera, è stato ucciso da un gruppo di 4 fasci che l’hanno ammazzato a calci … I giornali però non mettono il loro focus sul fascismo … Il problema lo risolvi cambiando e cancellando la cultura fascista sempre resistente in questo paese di m…”, ha scritto la nota influencer cremonese) sono da un lato sacrosanti, perché la violenza va sempre condannata senza mezze misure, dall’altro un po’ stucchevoli.

Tocca dirlo: lievemente surreali. Non solo per la natura e gli orizzonti dei soggetti in campo, ma persino per lo scenario politico e sociale d’insieme nell’Italia di oggi. Anche perché questa immediata standing ovation mediatica, in gran parte dovuta, è riuscita a trasformare in un baleno una indiscussa e geniale regina dell’autopromozione Made in Italy, una macchina da follower spesso bistrattata da molta gauche con la puzza sotto il naso, in una sorta di nuovo vessillo della sinistra. Una medaglia da appuntarsi sul petto. Della serie: Ferragni parla male del fascismo? Ferragni non solo ha colpito e affondato, ma è automaticamente arruolata nei nostri.

Zingaretti scansati: attimi e le affidiamo la segreteria del Partito. Sardine levatevi di mezzo: è arrivata Chiara la pasionaria col Rolex. Strumentalizzare tutto e tutti, del resto, è il piatto forte della casa in questo Paese, e quale migliore occasione di questa, vista l’ossessiva attenzione mediatica?

Ma i “4 fasci” per strada (parafrasando De Gregori), sono davvero “fasci” oppure soltanto figli degeneri di una società senza valori, di un vuoto che in fondo di politico ha ben poco? Amebe che sguazzano in un quadro d’insieme dove (a livello giovanile, e non solo) fascismi e comunismi sono soltanto parole ormai altrettanto vuote; oppure specchietti per le allodole, intriganti spauracchi.

Come fa Silvio Berlusconi che da tutta la vita, in campagna elettorale, invoca lo spettro dei musi “rossi” che non avranno il nostro scalpo. Una parte dell’elettorato forse si suggestiona, ma i più avvertiti ridacchiano. È evidente come non ci creda nepppure lui.

I fratelli Bianchi sono davvero soldatini deviati di un’Italia post-fascista non ancora uscita dal post, oppure soltanto figli di troppi post lanciati sul web come messaggi dentro le bottiglie (nel migliore dei casi) o come violenti colpi di coltello vibrati con l’odio degli haters? La politica non c’entra. C’entrano le persone e la loro educazione.

E ancora: c’è Benito Mussolini dietro di loro, oppure una società che propone (a partire dalla tv e da certa fiction, ma ci si può allargare senza usare troppa fantasia) modelli di riferimento che non sono altro che influencer, tronisti palestrati, sgualciti rapper incarogniti? Non è forse la perenne suggestione di lasciare intendere che successo e soldi facili siano lì, a portata da mano? Che apparire è rigorosamente meglio che essere?

Lungi dal farci sostenitori del fascismo (non scherziamoci neppure, su questo tema), ma il fascismo un orizzonte valoriale – poi degenerato in quel che sappiamo (e disprezziamo) – almeno l’aveva: “Dio, Patria e Famiglia”. Basico, se vuoi, ma lontano anni luce dal niente che emerge dall’autopsia di alcuni cervelli allevati dai modelli di riferimento di questo Paese. Cervelli che almeno fossero in fuga: così non farebbero danni. Invece bazzicano palestre facendo arti marziali per farsi “il fisicaccio” covando dentro chissà quali fantasmi e frustrazioni da sfogare sul primo che passa.

Ferragni ha sparato sul fascismo. Viva Ferragni. Ha preso bene la mira individuando il bersaglio? Forse in questo caso non tanto. Come Silvio quando sventola il comunismo mangia-bambini. A volte ci si aggrappa a parole che sono ormai soltanto fantasmi. A me fa più paura la realtà. Che per molti ragazzi (e non solo) non vuol dire comunismo o fascismo, ma un encefalogramma politicamente piatto.

Leggi anche: A Colleferro, più che palestre e discoteche, dobbiamo riaprire i luoghi di aggregazione sociale e culturale (di Giulio Gambino)

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