Silvia Romano ci ha liberati dalla quarantena. Ora possiamo tornare a insultarci
Avevamo bisogno di questo. Un nuovo nemico. Qualcuno con cui prendercela e sfogare la nostra rabbia repressa. Una scusa per tirare fuori, ancora una volta dopo tanto tempo, il peggio di noi. Essere buoni per due mesi è stata dura. Abbiamo espresso condivisione, cantando dai nostri balconi. Abbiamo mostrato vicinanza, applaudendo tutti insieme medici e infermieri. Siamo stati positivi, appendendo cartelli con scritto “Andrà tutto bene”.
Ma è bastato molto poco per tornare in noi. Il tempo di vedere in prima pagina un argomento diverso dal Coronavirus. La liberazione di Silvia Romano. Ed ecco che in un lampo condivisione, vicinanza e positività hanno lasciato il posto a individualismo, distacco e cattiveria. Via libera ad insulti, bottiglie lanciate contro la sua abitazione e minacce.
C’è sempre qualcuno da odiare. E la colpa deve ricadere necessariamente sulle spalle di altri. La colpa delle nostre miserie, della nostra paura, della nostra ignoranza. Per due mesi ci siamo allenati al “distanziamento sociale”, ma la cosa deve esserci sfuggita di mano e abbiamo finito con il prendere troppo alla lettera il concetto. Abbiamo finito per trasformarlo in “distanziamento umano”.
“Dopo il coronavirus non saremo migliori, la storia non insegna mai niente – lo ha detto il mese scorso Francesco Guccini – È nella natura umana il dimenticarsi presto delle tragedie passate per riprendere la vita di sempre”. Prima di lui, aveva lanciato l’allarme il sociologo Alberto Abruzzese: “Molti dicono che da questa esperienza usciremo migliori. Io ci credo di meno. In passato una volta finita l’emergenza si è sempre tornati al comportamento ordinario. Se così fosse anche stavolta, si passerà dalla solidarietà obbligata alla conflittualità scatenata. Le abitudini sono la dimensione che si trasforma più lentamente. Ci sarà un gran caos, una crisi economica tremenda, una conflittualità moltiplicata tra lobbies, ceti e fazioni”.
Mass Media e Social Network agevolano questo percorso. Negli anni Settanta, Maxwell McCombs e Donald Shaw, sostenevano che i media predispongono per il pubblico un certo “ordine del giorno” degli argomenti cui prestare attenzione. È l’agenda-setting, la teoria che ipotizza l’influenza dei mass-media (mass-news) sull’audience in base alla scelta delle notizie, allo spazio e alla preminenza loro concessa.
In sostanza, se i giornali mettono in prima pagina un argomento, quello avrà più rilevanza per il pubblico. E quando, dopo due mesi di monotematismo, appare su tutti i media una nuova e rilevante notizia, l’attenzione del pubblico si sposta magicamente su quella. Poi intervengono i meccanismi indotti dai social media. Possiamo chiamarla “Sindrome da opinionista” (o da esperto), ci sentiamo in dovere di commentare tutto fornendo non un’opinione, ma una verità che vuole essere imposta.
Ma la cattiveria, quella è tutta nostra. Mentre il sistema dell’informazione acuisce involontariamente questo processo, la comunicazione politica ci si adatta e si plasma sul conflitto, con un solo obiettivo: riconquistare il consenso perso quando il popolo era diventato buonista.
Silvia Romano è solo il primo esempio, con le esternazioni di Vittorio Sgarbi, Matteo Salvini e Alessandro Pagano. È stato il via libera al ritorno degli argomenti dimenticati: terrorismo, sicurezza, cristianità e tradizioni, immigrazione. E Silvia Romano sarà nuovamente dimenticata e ignorata. La politica lo sta già facendo, spostando l’asse del confronto e della ricerca del consenso, sulla questione della regolarizzazione dei migranti. Poi ci sarà la riapertura e, di conseguenza, tornerà in auge la chiusura delle frontiere. Poi sarà il momento del ritorno della criminalità.
Insomma, nulla di nuovo. Stiamo tornando alla normalità. Quella normalità che volevamo tanto lasciare da parte, sperando di diventare migliori. Sperando di aver imparato qualcosa dai nostri errori. Ma non c’è niente di più umano che il restare sempre uguali a noi stessi. Nonostante le guerre, le pandemie, le quarantene. Volevamo tornare alla nostra vita di sempre. Lo abbiamo già fatto.
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