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    Chi è davvero Cathy La Torre: quando la lotta all’odio diventa brand (con mire politiche)

    Credit: Emanuele Fucecchi
    Di Selvaggia Lucarelli
    Pubblicato il 15 Lug. 2020 alle 18:08 Aggiornato il 28 Feb. 2024 alle 15:14

    Chi è davvero Cathy La Torre: quando la lotta all’odio diventa brand (con mire politiche)

    “Me lo chiede una voce dentro”. Così ha spiegato la sua decisione di candidarsi a sindaco di Bologna Cathy La Torre, avvocato specializzato nella difesa dei diritti Lgbt e fondatrice di Odiare ti costa, nota iniziativa contro l’odio in rete. Iniziativa che l’ha resa famosa sul web. In realtà “la voce dentro” aveva l’abitudine di farsi sentire anche “fuori”, perché le ambizioni politiche di Cathy La Torre erano il segreto di Pulcinella da tempo (nel 2011 fu già consigliera con Sel). E lo erano perché in molti, dentro e fuori il Pd, hanno interpretato l’articolato e certosino lavoro social sull’hate speech come una furba volata verso la candidatura.

    Non solo. Anche nell’ambiente Lgbt di Bologna La Torre, nonostante la sua militanza, non è amata da tutti. “Diciamo che è un personaggio che innesca spesso divisioni e discussioni”, racconta un esponente della comunità Lgbt bolognese e in effetti i pareri su di lei sono piuttosto discordanti. Ma andiamo con ordine, perché il personaggio è complesso e, in effetti, di cose che non convincono ce ne sono un bel po’.

    La narrazione di sé. “Per tanti è l’Avvocathy, metà umana metà avvocata. Per altri è l’avvocato dei ‘dimenticati fra i dimenticati’”. Direi che l’auto- descrizione di Cathy La Torre lascia intuire che l’idea grandiosa di sé non manchi. Avvocato civilista, giura di aver patrocinato migliaia di cause, e a 40 anni pare abbastanza improbabile, ma facciamo un atto di fede. Quello che invece è più complicato da credere è la sua biografia sull’agenzia di spettacolo (!) Sosia e Pistoia, che oggi recita così: “Per il suo impegno a favore della parità di trattamento delle persone gay, lesbiche, bisex, trans, nel 2013 riceve il suo primo bossolo. È il primo anello di una lunga catena di minacce, insulti e odio, che la renderanno ripetutamente vittima di stalking e, per questo, sotto protezione”.

    Sembra la bio di Roberto Saviano. E che lei viva “sotto protezione” lo ribadisce più volte anche discutendo con utenti sui social, senza mai chiarire esattamente cosa voglia dire, ma è chiaro che chi legge capisce che “è sotto scorta”. Accidenti, sotto scorta. Eppure non risulta che abbia una scorta e chi l’ha vista anche varcare studi tv non l’ha mai notata accompagnata da qualcuno.

    Chiedo direttamente a lei: “Avevo una protezione che si chiama protezione mitigata credo, che esiste in Emilia-Romagna. È durata da giugno a ottobre 2018 credo. Fuori dall’Emilia ero libera di girare sola. Mi accompagnavano ai Pride, al ristorante. La prefettura non ha poi ritenuto ci fosse la necessità di proseguire”. Insomma, la bio non è aggiornata e lei risulta ancora “sotto protezione”. Fatto sta che le minacce di morte ricevute sono un argomento ricorrente. Perfino nella brochure di Odiare ti costa, c’è un commento di minaccia inviato a lei, come esempio di odio online.

    1) Le minacce. “Sono vittima ogni giorno di odio in rete. E da 14 mesi assillata da uno stalker che mi minaccia di morte nei modi più impensabili. Non ho mai ottenuto alcuna ‘giustizia’ per tutto questo odio che mi riversano addosso”, ha dichiarato l’Avvocathy. Nel 2018 postò lo screenshot di un commento di tal Bonifacio Ferrari (un fake) che le scriveva: “Cathy La Torre – pedala… che presto mentre pedali ti arriverà un colpo di pistola in fronte. Nessun compromesso con le lesbiche”.

    Lo riprese Vendola esprimendo solidarietà, lei scrisse un post dicendo che andava alla Digos e che “mia madre lo vedrà, mi chiederà perché devo portare il peso del mondo sulle spalle, perché non me ne frego, come fanno tanti. Io la rassicurerò e le dirò, per la milionesima volta, che il peso del mondo sono l’odio e l’ingiustizia e che io le combatto perché farlo è illuminare il buio”.

    Ora, la minaccia di morte è terribile per carità, ma che lei porti il peso del mondo sulle spalle è un passaggio lievemente barocco, tanto per tornare all’idea grandiosa di sé. La faccenda strana è poi che la La Torre racconti di avere uno stalker da anni, che abbia interpellato la Digos, che fondi l’associazione Odiare ti costa e che lei abbia uno studio legale, ma nessuno è mai riuscito a individuare chi sia l’odiatore. Verrebbe da dire che non è il migliore spot per una che promette giustizia alle vittime di odio in rete.

    Ogni tanto lancia dei messaggi inquietanti: di un poliziotto che le aveva dato della cessa, scrisse che lo avrebbe segnalato ai servizi sociali. Ora, va bene denunciare, ma forse i servizi sociali per far valutare se sia un padre degno è parso un po’ troppo. Anche qui, non sappiamo come sia finita. Dopo l’annuncio della sua candidatura a Bologna, ha già rilasciato dichiarazioni ai giornali: “Odio crescente contro di me”. Davvero è la nuova Boldrini? Ne siamo sicuri? O ha gli odiatori che ha chiunque sia minimamente esposto?

    2) Le cause mediatiche. Agli esordi di Odiare ti costa in molti ricorderanno che l’Avvocathy aveva un’abitudine bizzarra: se qualcuno aveva problemi con l’odio in rete ed era più o meno famoso (magari solo in quel momento), lei si proponeva nei commenti su Twitter per l’assistenza legale. Qualcuno notò che era un metodo poco ortodosso per procacciarsi clienti e lei rispose “lavoro pro-bono, quindi posso farlo”.

    Nel tempo, ovunque ci sia stato un caso di odio o discriminazione di una certa rilevanza mediatica, dopo un po’ arrivava Cathy La Torre ad offrire assistenza legale. E mai in silenzio. Sempre a favore di telecamera. Da Carola Rackete a Jasmine Cristallo al ragazzo del Pilastro a cui citofonò Salvini. Con comunicati alla stampa. Quest’ultimo caso fu emblematico: l’Avvocathy non si limitò ad assistere il ragazzo a cui citofonò Salvini (come è finita, a proposito?) ma lo intervistò in esclusiva e postò il video sui suoi social. Ah. Non mancò di accompagnarlo in tv. Bizzarro. Tutto legittimo, per carità, ma a questo punto viene da chiedersi: tutto questo che c’entra con l’assistenza legale? E i signori nessuno? Ce l’ha il tempo Caty La Torre per i casi non mediatici?

    Mi risponde lei, dopo un po’ di titubanza: “Io non seguo la gente comune che scrive a Odiare ti costa, seguo solo le cause dei miei clienti che sono quasi tutti personaggi noti”. La risposta mi lascia perplessa. Le chiedo perché. “Per deontologia, ho dato vita a un’iniziativa ma io non prendo mandati perché potrebbe essere accaparramento di clienti” (un anno fa diceva che poteva farlo, ma non importa).

    3) Odiare ti costa. “Sono il migliore avvocato pro -bono d’Europa”, si vantava l’Avvocathy un anno fa mostrando i premi ricevuti sull’immancabile foto sui social e poi su Vanity fair con foto patinata a corredo. Raccontando che il suo professore del liceo le aveva scritto per congratularsi: “Io lo sapevo, io lo vedevo già allora”. E questo è il tema più delicato. Quanto Odiare ti costa è di aiuto agli altri e quanto è di aiuto nella costruzione del personaggio Avvocathy?

    In fondo lo dice lei stessa: “Io non assisto chi scrive a Odiare”. Dunque è il miglior avvocato pro-bono di personaggi e casi mediatici? Ad ogni modo l’associazione nasce con un intento lodevole ma anche con un’ambizione enorme: offrire assistenza legale a chi subisce l’odio in rete. Il successo dell’iniziativa è immediato, grazie anche al supporto di giornali e pagine social di un’area politica ben specifica (la sinistra).

    “Con Odiare ti costa abbiamo fatto pagare chi diffama online”, ha dichiarato l’Avvocathy in una delle tante interviste. Senza però mai specificare quanto abbia davvero lavorato il suo studio legale fuori dai casi mediatici, cosa abbia ottenuto, quale sia stato l’iter affrontato. A quanto pare, visto che stiamo parlando di una civilista, lo step sarebbe diffida/mediazione civile/causa civile.

    Le uniche notizie risalgono all’ottobre 2019, e le dà lei stessa: “Siamo pronti a far partire 300 lettere di diffide, da fine luglio abbiamo ricevuto 70.000 segnalazioni”. Il 5 luglio 2020 dichiara: “Per me ho fatto partire 270 diffide”. Che voglio dire, queste proporzioni sembrano suggerire che il grande lavoro lo facciano sui suoi, di hater. La domanda però è un’altra: quante persone sono state risarcite? Quante cause civili sono state avviate? Perché la pubblicità è tanta, e a questa deve corrispondere un servizio reale (vi ricordate il caso Doppia Difesa?). E infine: Odiare ti costa, a patto che risponda a tutti, offre assistenza legale o consulenza? Perché un conto è difenderti in un processo che è lungo e dispendioso, un conto è suggerirti come muoverti e da che avvocato andare.

    Anche queste domande le giro a La Torre: “Ho dato vita a un’iniziativa, delle persone poi possono chiedere sostegno, non prendo mandati da Odiare ti costa. C’è una rete di ‘giovani avvocati italiani’ che sono presenti in tutto il territorio nazionale e chi scrive a Odiare, si può rivolgere a uno di loro o a un avvocato di fiducia. Quello che noi facciamo come volontari è spiegare loro cosa possono fare”. Insomma, una consulenza. “Io seguo solo clienti che vengono da me, personaggi noti”.

    Le chiedo dunque quanti azioni abbia avviato Odiare ti costa: “Abbiamo attivato 243 mediazioni in tutta Italia, abbiamo chiuso in mediazione una cinquantina, non ricordo. Siamo pronti con 2.000 mediazioni ma gli organismi erano chiusi per Covid fino a maggio, io per me stessa ho depositato 75 mediazioni questo mese. Abbiamo chiuso 200 casi con lettere di scuse o donazioni, ogni parte ha deciso se renderlo pubblico”.

    C’è un po’ di confusione, 2.000 mediazioni mi sembrano un numero enorme. Mi manda poi un vocale: “Le mediazioni che dobbiamo depositare sono 1.000, abbiamo già avviato alcune cause civili”. Insomma, non capisco più nulla: 1.000 o 2.000? Mi manda un messaggio d’odio come esempio: “Mamma mia che cessa che sei, quanto fai schifo sei vomitevole”. Mi dice che era rivolto a una suora e che l’odiatole le ha dato 7.000 euro. A quel punto ricordo che aveva riportato lo stesso identico messaggio mesi fa su Twitter dicendo che però era rivolto a lei. Le mando lo screenshot. “Ah no, il mio era molto peggio, l’ho alleggerito”. Boh.

     

    4) Le risposte a chi esprime perplessità. Guai a mettere in dubbio l’efficacia o la genuinità dell’operazione. Per un bizzarro corto circuito, l’Avvocathy è solita rispondere alle critiche CIVILI in maniera scomposta, non esitando a scatenare contro colui che si è macchiato del reato di lesa maestà delle ondate d’odio di tutto rispetto. O a infilarsi in una spirale di vittimismo social del tutto sproporzionata. Memorabile il caso Open, che dedicò un articolo sulla sua associazione dal titolo “Perché la campagna ‘Odiare ti costa’ non è la soluzione contro i post di odio in rete”.

    L’articolo riprendeva delle considerazioni di Riccardo Fine e Luca Vitale su come l’iniziativa potesse scatenare la gara alla segnalazione fino diventare una sorta di “polizia di stato” e su quanto ingannevole, megalomane fosse il messaggio “cancelleremo l’odio in rete”. Inoltre, si mostrava un vecchio tweet poco simpatico della stessa Avvocathy sul “maschio bianco che non deve aprire bocca” e si citava un altro articolo scettico su Odiare ti costa de Il Foglio. Soprattutto, i due facevano notare quanto fosse fumoso il tema dell’assistenza legale (se in sede civile si perde la causa poi chi paga le spese del soccombente?).

    Apriti cielo: lei scrive un post in cui chiede a tutti di difenderla dall’odio generato da quell’articolo. Non solo. L’articolo (legittimo e garbato) le provoca un malore. Lei si trova all’estero quando lo riceve e scrive: “Da 72 ore non mangio, non dormo, ho frequentato i pronti soccorso di due diversi Stati. Non vivo. Sospesa in una bolla di attacchi, illazioni, critiche. Leggo parole su di me pronunciate da persone mai viste che mi aprono come un coltello le viscere. Se mi guardo riflessa vedo pure un mostro deforme e una piccola Cathy che si chiede: chi è quella cosa che dipingono? Sei tu?”. Addirittura?

    Poi la piccola Cathy manda rettifiche a Open, fa dirette Facebook e così via. Dice ai suoi utenti che il giornalista (Juanne Pili) “è un blogger da 400 visualizzazioni”, insomma, invita tutti a scrivere a Open e genera molte perplessità negli spettatori neutrali del diverbio, tra cui me. Quando poi minaccia Luca Vitale, uno dei due youtuber che l’avevano criticata con argomenti più che validi, di segnalarlo all’ospedale San Raffaele in cui lavora perché ha osato dubitare di Odiare ti costa, beh, le perplessità si fanno ancora più consistenti.

    5) E poi ci sarebbero altre perplessità. Dice che ha uno stalker da 14 mesi, poi in altre interviste da 4 anni. Posta la foto della ragazzina che fa il dito medio a Salvini mentre dorme in aereo, viene attaccata e risponde sostanzialmente che fotografare di nascosto e “insultare” è critica politica. Una tesi anomala per chi combatte l’odio. Difende uno dei più noti odiatori (Rubio), scrive che “Claudio Foti, lo psicologo di Bibbiano, è uno “a cui un giorno dovremo chiedere scusa”. In un battibecco social scrive che lei esercita dal 2004, ha patrocinato migliaia di cause ma in realtà è iscritta all’albo dal 2011.

    Infine, è cosa risaputa perché lo ammette lei stessa, lei che ha costruito la sua fortuna anche e soprattutto sui social postando scritti emozionali in cui esprime solidarietà, sdegno, partecipazione per i fatti trend topic del giorno, dallo sbarco dei migranti a qualsiasi altro tema da click facili, passa sui social “5 minuti al giorno”.

    Sì, me lo disse proprio lei e non è un segreto che abbia una fitta rete di collaboratori pagati tra i quali Emilio Mola che le scrivono testi social anche quando lei è (frequentemente) in vacanza. Perché? E qui c’è il sospetto che l’Avvocathy sia anche un personaggio ben costruito e costruito sui buoni sentimenti e la solidarietà, il che sarebbe pure legittimo. Legittimo ma fastidioso. Perché un conto è farsi scrivere post istituzionali, un conto è farsi scrivere post commossi e di partecipazione emotiva, fingendo di averli scritti di proprio pugno. Pagandoli.

    “Ma no, io scrivo da sola tutto, figuriamoci”, commenta lei quando le faccio la domanda. Rispondo che so per certo che non è così, facendo esempi. Ritratta: “Chiedo a collaboratori articoli pagati per creare una redazione, che è diverso”. Quindi li chiama articoli, ok. Le ricordo che le chiesi spiegazioni su un suo post infelice tempo fa e lei mi disse: “Ma io non l’ho scritto, passo 30 minuti sui social, i social media manager mi hanno preparato quel post ed è uscito, io non ho il tempo per controllare. I miei social media manager faranno un dossier su questa persona”. “Ma non era un post emotivo”, mi risponde lei.

    6) E dunque, chi è Cathy La Torre? Di sicuro è una donna ambiziosa, con velleità politiche, abile nella costruzione del suo brand servendosi dell’engagement che generano solidarietà e buoni sentimenti quanto basta. Vicina alla corrente zingarettiana, amica di Lia Quartapelle, in buoni rapporti con Emma Bonino, a Bologna si dice che comunque avrà più follower che voti.

    A proposito: nel suo ruolo di consigliera ha un precedente paradossale: fu querelata da due magistrati per diffamazione. Aveva difeso con toni accesi il sindaco Virginio Merola riguardo un’indagine, lo stesso sindaco che ora critica via stampa in vista della sua candidatura. I due magistrati ritirarono poi le querele dopo scuse e precisazioni. Fatto sta che odiare, per poco, non le è costato un processo. Ora la candidatura a sindaco per via di quella voce che glielo chiede: senz’altro la sua.

    P.s. Tanti segnalano che Odiare ti costa non risponde alle segnalazioni. E questa è un’altra storia.

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    A richiesta dell’interessata si precisa che l’Avv. Cathy La Torre non si è mai candidata alla carica di Sindaco di Bologna e che l’iniziativa denominata “Odiare ti costa” è cessata.

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