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Home » Economia

Con gli attacchi dell’Iran al Qatar dopo i raid di Israele, l’Italia rischia le sue forniture di gas: ecco quanto potrebbe costarci

Immagine di copertina
Un terminal di gnl a Ras Laffan, in Qatar, nel 2012. Credit: Matthew Smith - Flickr

La reazione di Teheran su Ras Laffan dopo i bombardamenti israeliani sugli impianti di South Pars ha spazzato via anni di contratti e certezze energetiche. Edison non riceverà i carichi previsti ad aprile, il rigassificatore di Rovigo è in bilico e le bollette corrono già verso aumenti da centinaia di euro a famiglia

C’è un numero che racconta meglio di qualsiasi notizia sulla guerra in corso all’Iran quanto negli ultimi anni sia cambiata la geografia energetica dell’Italia, da cui dipendono le nostre future bollette. Nel 2024, quasi il 45% del gas naturale liquefatto (gnl) importato nel Paese proveniva da un unico fornitore: l’emirato del Qatar. L’anno scorso quella quota si era già ridotta, superando comunque il 30%, scalzata al primo posto dagli Stati Uniti. Ma la riduzione non era stata abbastanza rapida. Così quando, dopo gli attacchi di Israele alle raffinerie di Asaluyeh collegate al giacimento di South Pars, Teheran ha colpito Ras Laffan, la città industriale nel nord del Qatar da cui proviene quasi un quinto del gnl mondiale, quella concentrazione residua si è trasformata in una vulnerabilità che potrebbe costarci cara.
Già due settimane prima, il 5 marzo scorso, Edison aveva ricevuto da QatarEnergy la notifica ufficiale di un evento di forza maggiore. Tradotto: a partire dall’inizio di aprile non aspettatevi l’arrivo dei cinque carichi di gnl attesi in Italia. Ma ora con i contrattacchi della Repubblica islamica contro l’Emirato potremmo trovarci di fronte a revisione strutturale che potrebbe durare anni.

La mappa dei contratti
I droni e i missili lanciati da Teheran a Ras Laffan hanno danneggiato due dei quattordici treni di liquefazione del gas dell’infrastruttura qatariota, lo S4 e lo S6, e uno dei due impianti di conversione del gnl. A fare i conti ci ha pensato l’a.d. di QatarEnergy e ministro dell’Energia di Doha, Saad al-Kaabi, secondo cui il 17% della capacità di esportazione di gnl dell’Emirato è ormai fuori uso. Parliamo di 12,8 milioni di tonnellate all’anno. Le riparazioni richiederanno tra i tre e i cinque anni e la perdita di ricavi stimata è pari a 20 miliardi di dollari. «Non avrei mai immaginato, nemmeno nei miei incubi peggiori», ha detto al-Kaabi a Reuters, «che il Qatar potesse subire un attacco di questo tipo da parte di un Paese musulmano fratello, nel mese di Ramadan».
Ma il dettaglio che interessa più direttamente l’Italia non è la perdita finanziaria per Doha, quanto la mappa dei contratti che si cela dietro il danno subito. Il treno S4 rifornisce Edison in Italia e EDFT in Belgio. Il treno S6 alimenta KOGAS in Corea del Sud, EDFT e Shell in Cina. ExxonMobil detiene una quota del 34% nell’impianto S4 e del 30% in S6. Shell è partner nell’impianto GTL colpito, la cui riparazione, secondo al-Kaabi, richiederà fino a un anno. Le conseguenze dunque colpiscono una filiera in cui sono coinvolte alcune tra le più grandi aziende energetiche del Pianeta e i cui terminali includono alcuni dei mercati più dipendenti dal gnl del Golfo.

Anatomia di una dipendenza
Per capire quanto sia esposto il nostro Paese, però, bisogna prima comprendere come funziona il sistema di approvvigionamento nazionale, che è più articolato e solido di quanto il clamore delle ultime ore possa suggerire. La produzione nazionale copre appena il 5% dei consumi ed è concentrata in Basilicata mentre le forniture esterne arrivano da due canali distinti: i gasdotti e i rigassificatori. Quelle forniture russe, che transitavano per il Tarvisio, sono ormai azzerate: oggi il 35% del gas arriva in Italia dall’Algeria attraverso il gasdotto Transmed, via Mazara del Vallo; un altro 15% dall’Adriatico grazie al TAP proveniente dall’Azerbaigian; mentre Norvegia e Libia coprono quote che comprese tra il 5 e il 10%.
Il resto arriva via mare. Il gnl vale circa il 20% degli acquisti complessivi di gas del nostro Paese, che può contare su quattro rigassificatori, situati a Rovigo, Piombino, Ravenna e La Spezia. È qui che entra in gioco il Qatar: nel 2025, il gas dell’Emirato valeva il 4% dell’intero fabbisogno nazionale, una quota rilevante nella composizione di gnl importato ma non tale da mettere a immediato rischio la sicurezza degli approvvigionamenti, almeno nel breve periodo. La parte residua arriva infatti principalmente dagli Stati Uniti, che potrebbero aumentare le forniture, anche se – come ha spiegato il ministro della Difesa Guido Crosetto – a costo di prezzi più alti rispetto ai Paesi del Golfo.
Dal 2009 Edison ha un contratto a lungo termine con QatarEnergy della durata complessiva di 25 anni, che prevede l’approvvigionamento in Italia di 6,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno. L’azienda ha precisato che le consegne di questo mese non sono interessate dalla notifica di forza maggiore arrivata da Doha il 5 marzo e che non prevede impatti sui propri clienti finali, “grazie ad azioni di mitigazione e ad attività di gestione del portafoglio in corso e già attivate”. Ma la dichiarazione di forza maggiore permanente estesa ora a Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina per la durata residua dei contratti è una novità di proporzioni ben maggiori. Il nostro, secondo un indice elaborato dall’Ispi, è infatti il terzo Paese più vulnerabile al mondo per shock da gnl qatariota, dopo Pakistan e Taiwan.

Incognite a medio termine
I siti di stoccaggio italiani, secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, erano pieni al 51% della capacità a fine febbraio. Un livello che, secondo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, ci consente una relativa tranquillità, visto che l’inverno ormai è concluso e i consumi calano. Il nostro Paese inoltre sembra in una posizione migliore rispetto ad altri Stati europei, dove nello stesso periodo le riserve erano scese mediamente al 38%. Le riserve strategiche italiane ammontano poi a circa otto miliardi di metri cubi, una quantità che garantisce la continuità operativa. Ma non il contenimento dei prezzi.
L’incognita riguarda infatti il futuro. Cosa succederà se la guerra tra Usa e Israele contro l’Iran dovesse protrarsi e se dovesse restare bloccato lo Stretto di Hormuz, da cui transitava circa un quinto della quantità commerciata a livello globale di petrolio e gnl? Quest’ipotesi non sembra ancora essere stata prezzata dai mercati ma il problema non è cosa accadrà davvero, è l’incertezza.
L’infrastruttura più esposta in Italia resta il rigassificatore di Rovigo: QatarEnergy ne detiene il 22% delle quote e gran parte del gnl lavorato proviene dai giacimenti di proprietà di Doha. Un problema che si estende anche alle navi rigassificatrici al largo di Piombino e Ravenna, attivate dopo il 2022 proprio per garantire la sicurezza energetica del nostro Paese. Queste possono accogliere carichi da fornitori alternativi ma la loro capacità dipende dalla disponibilità di gnl sul mercato. Uno stop prolungato dei flussi dal Qatar riduce l’offerta e aumenta la concorrenza tra i clienti internazionali, rendendo più difficile e costoso riempire gli impianti. Intanto i prezzi sono già saliti.

Dai mercati finanziari alle bollette
Alla notizia degli attacchi su Ras Laffan, le quotazioni del gas sul mercato olandese TTF, l’indice di riferimento in Europa, sono salite del 30%, arrivando a circa 70 euro per megawattora. Stessa reazione per il petrolio: il Brent infatti è aumentato fino a 119 dollari al barile. Prezzi che fanno ricordare la crisi energetica scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina.
Per i consumatori italiani, secondo Nomisma Energia, le conseguenze potrebbero tradursi in un aumento delle bollette fino al 5% per l’elettricità e al 10% per il gas nel terzo trimestre dell’anno. Ammesso che il conflitto non si allarghi ulteriormente e che lo Stretto di Hormuz non venga completamente bloccato. Per le famiglie italiane, secondo la CGIA di Mestre, si stima un aumento delle bollette da 9,3 miliardi con i rincari più importanti previsti a Roma, Milano e Napoli. Secondo Nomisma Energia, l’aggravio stimato supera i 350 euro all’anno per nucleo familiare: circa 236 euro sulla voce gas e più di 120 euro sulla corrente. Anche se ARERA ha già approvato un contributo straordinario di 115 euro per i clienti titolari del bonus sociale elettrico, riconosciuto automaticamente in bolletta, ed è in fase di definizione un ulteriore contributo fino a 90 euro per i nuclei con ISEE non superiore a 25mila euro.
Per le imprese invece l’esposizione potrebbe essere ancora maggiore: quasi 10 miliardi di euro in più nel 2026, secondo la CGIA di Mestre. Nei settori più energivori come la produzione di carta, acciaio, ceramica, cemento e vetro, l’aumento del prezzo del gas può incidere fino al 30% dei costi. Visto che i contratti di fornitura sono indicizzati sui prezzi giornalieri all’ingrosso, il rincaro si scarica in tempo reale sui bilanci. I consorzi di energia toscani, che gestiscono circa 10 terawattora di elettricità e 1,5 miliardi di metri cubi di gas per 500 imprese energivore, stimano una aumento del costo per l’energia elettrica compreso tra i 120 e i 140 euro per megawattora nei prossimi trimestri.

I limiti della diversificazione
Ma l’Italia non è ferma. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato che Roma si sta muovendo attraverso le grandi aziende energetiche, con in primo piano Eni e una serie di canali aperti con il Venezuela e vari Paesi in Africa. Il Cane a sei zampe ha dato il via libera finale a due grandi impianti in Indonesia, di cui è previsto l’avvio nel 2028. Intanto in Angola è partita la produzione dal giacimento Quiluma, nel quadro del New Gas Consortium. Dalla Repubblica del Congo è salpato invece il primo carico di gnl dalla fase 2 del progetto Congo LNG, attorno all’unità galleggiante Nguya FLNG. Infine c’è il Venezuela, dove Eni e Repsol hanno raggiunto un’intesa per aumentare la produzione nell’area di Cardón IV insieme all’azienda statale PDVSA.
Una diversificazione reale, con un problema però di tempistiche. Le forniture dall’Indonesia non saranno disponibili prima di due anni e Angola e Congo non possono colmare nell’immediato un vuoto da 12,8 milioni di tonnellate di gnl provenienti dal Qatar. Non solo: il rischio di un conflitto prolungato potrebbe compromettere l’ampliamento del North Field East, il progetto di gnl più grande al mondo, nel cui sviluppo il Cane a sei zampe aveva stretto una partnership con QatarEnergy per garantire le forniture all’Italia per i prossimi 27 anni. L’obiettivo era aumentarne la capacità di 32 milioni di tonnellate all’anno entro il 2027 e soltanto per quest’anno erano attesi fino a 1,5 miliardi di metri cubi di prodotto. Oggi invece entrambe le scadenze sono avvolte nell’incertezza.
La questione quindi non sono le quantità di gnl ma i meccanismi di prezzo, la liquidità del mercato e le strategie di lungo periodo costruite attorno a Ras Laffan, che amplificano ogni perturbazione ben oltre il peso dei numeri. La diversificazione aiuta a impedire che l’ennesima crisi internazionale torni ad alimentare inflazione, recessione industriale e tensioni sociali. Il tempo, però, ancora una volta non è dalla parte dell’Italia.

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